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L’antico pavimento affiorato ad Alatri è una perla incastonata in Piazza Santa Maria Maggiore!

L’antico pavimento affiorato ad Alatri è una perla incastonata in Piazza Santa Maria Maggiore!

Il 17 maggio 05’, è stato presentato ad Alatri il pannello illustrativo del bellissimo pavimento, rinvenuto ai piedi della scalinata in pietra e a ridosso delle fondamenta della chiesa degli Scolopi in Piazza Santa Maria Maggiore.

E’ stato possibile collocare storicamente la pavimentazione tra la seconda metà del III sec. e il II sec a.C., mentre le sue ragguardevoli dimensioni sono di m. 6,40 x 5,20.

Ci troviamo davanti ad un bellissimo pavimento di “cocciopesto rosso”, (una miscela di cocci di terra cotta impastati con calce grassa, usata spesso dagli antichi Romani per le pavimentazioni) la decorazione interna è stata ottenuta con piccole tessere calcaree bianche quadrangolari che ordiscono la trama di quello che sembra uno splendido tappeto!

Possiamo vedere al centro del pavimento, relativo a quello che probabilmente era un grande edificio, una serie di rombi in sequenza che compongono un disegno piuttosto complesso, con otto triangoli che nascono da un tassello centrale più grande. Si delinea una geometria perfetta quanto suggestiva, racchiusa in quattro cerchi concentrici, due dei quali realizzati in alternanza con tessere bianche più grandi. Ai quattro angoli del quadrato che racchiude il disegno appena descritto, ci sono dei motivi floreali stilizzati ed infine, in quello che sembra quasi un “arazzo”, la pavimentazione continua nella sua geometria e termina con altre decorazioni con quadrati che si alternano a svastiche.

Va sottolineato che sul pavimento di cui parliamo ci sono due soglie d’ingresso, quindi si deduce che dietro l’ambiente ad esso relativo, doveva essercene un altro su cui in seguito fu costruita la chiesa. Parliamo dunque di un’area archeologica piuttosto estesa: infatti, da indagini e ricerche è emerso che esiste almeno un altro pavimento in cocciopesto rosso, simile a quello ritrovato. Purtroppo molto è stato irrimediabilmente sepolto per sempre dagli edifici circostanti, o danneggiato da quella che in qualche modo possiamo definire “l’invasione moderna” di tubature, cavi elettrici, manutenzioni varie e quant’altro.

Sono molti gli elementi affiorati e i ritrovamenti archeologici che hanno sorpreso il tecnico così come l’uomo della strada, in seguito ai lunghi e laboriosi lavori di pavimentazione che hanno interessato gran parte del centro della città. Dunque è bene custodire gelosamente ogni indizio, ogni traccia, ogni reperto, affinché possano essere studiati sia per l’importanza storica che costituiscono, ma anche per aggiungere al nostro “personale mosaico”, quello che oggi è definito puzzle, altre importanti tessere che ci aiuteranno senz’altro a capire meglio chi siamo e da dove veniamo.

Naturalmente una foto o una semplice descrizione non possono rendere l’idea della bellezza stilistica, dell’emozione e soprattutto della meraviglia che si può provare nel vedere un “dipinto in pietra”, testimonianza esteticamente delicata quanto concreta della nostra civiltà, una vera e propria opera d’arte rimasta sepolta per più di duemila anni al centro del cuore della città.

Credo sia giusto quanto appropriato, che un dono così prezioso ricevuto in eredità dai nostri avi e custodito a lungo dal tempo, sia oggi una perla che splenda nel luogo che le compete, riempiendoci d’orgoglio.

Proprio il rispetto delle nostre radici e quel senso di “sacro” per la nostra storia, hanno sempre animato il lavoro d’Angelo Lisi, Ispettore Onorario della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio da poco scomparso, che ha speso gran parte della sua vita per questi ideali, considerandoli l’essenza più autentica della nostra cultura, da nutrire con un impegno serio nel voler tutelare e tramandare la ricchezza del nostro patrimonio culturale.

Abbiamo chiesto al dott. Dario Pietrafesa, l’archeologo che ha seguito l’iter del progetto, cosa si prova nel trovare qualcosa che per millenni è rimasto sepolto.

Va sottolineato che l’archeologo si applica sempre con passione, e quello che prova è amore per un lavoro spesso duro e faticoso e per tutto quello che fa. C’è una grande soddisfazione nel vedere  premiati i propri sforzi, sacrifici, la costanza, realizzando che aveva un senso portare a temine un lavoro in cui si credeva. Per me il percorso emotivo si conclude quando la cittadinanza vede il progetto realizzato, ma l’emozione resta del tutto personale.

 


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