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Quindi non era solo il “capobanda” Moggi a frequentare gli spogliatoi degli arbitri…

(di Gabriele Capasso)

La storia di Marco Gabriele l’abbiamo già raccontata. Vale la pena di rileggerla, perchè è davvero incredibile. Abbiamo chiesto all’ex arbitro laziale di raccontarci la sua storia, e soprattutto gli sconvolgimenti avuti sul piano umano. Perchè, tra una telefonata e l’altra, spesso si finisce per dimenticare che è di persone con una vita rovinata che si sta parlando..

Il suo coinvolgimento in Calciopoli è determinato dall’indicazione come quarto uomo per la partita Roma – Juventus del 5 Marzo 2005. Forse non tutti sanno che l’unico elemento di prova nei suoi confronti si riduce ad una parola, “sicuro” , associata a “telefono” . Ci può raccontare cosa accadde?

«Una premessa è d’obbligo. Io sono di Frosinone, può immaginare quante telefonate con richieste di magliette di giocatori, biglietti gratis e gadget avrei potuto ricevere andando a fare una partita come Roma–Juve. Per questo motivo in quei giorni tengo il cellulare (il mio unico cellulare) spesso spento. Per questa ragione Bergamo deve aver avuto qualche difficoltà nel contattarmi. I PM leggono le trascrizioni di due telefonate inserite dai Carabinieri nelle Informative. La prima è fra Paolo Bergamo e Maria Grazia Fazi (ndr ex segretaria CAN), la seconda è fra la stessa Fazi e mia moglie. In quella conversazione la Fazi chiede di riferirmi di “portare un telefono sicuro per la partita” e di “lasciarlo acceso”. Il problema è che nelle informative manca la successiva telefonata fra me e la Fazi nella quale, dopo essere stato avvertito da mia moglie le dico: “Riferisci pure a Paolo che puoi chiamarmi sul mio numero”. Nessuna scheda svizzera, nessun telefono “sicuro”. Ricordavo perfettamente questa chiamata e quando venni interrogato dal PM Narducci, già in veste di indagato, pretesi che venisse acquisita agli atti. Dovetti aspettare due ore che mi venissero consegnati i brogliacci delle intercettazioni per andare a rintracciarla».

Questa non era la sola prova mancante nelle Informative. C’era anche un sms partito dal cellulare di Paolo Bergamo verso il suo durante quella partita…

«Esatto. Con il senno di poi posso dire di essere riuscito a difendermi dalle accuse per puro caso, per “fortuna”. Un paio di mesi dopo quella partita il mio cellulare si ruppe. Avrei potuto buttarlo, ma quel telefono conteneva le prime foto scattate a mia figlia e per questa ragione lo conservai in un cassetto. Nella memoria di quel cellulare c’era anche l’sms partito dal cellulare di Bergamo alle 20.59, il testo era semplice: “Attenzione, gol Juve in fuorigioco”, si riferiva al gol di Cannavaro. Quando portai questo sms ai PM, insieme alla telefonata “sfuggita” ai carabinieri, speravo in un’archiviazione del procedimento a mio carico. Non è stato così e ho dovuto attendere anni per arrivare all’assoluzione nel processo con rito abbreviato».

Sono passati anni. Quali sono state le conseguenze che ha dovuto patire, nella sua vita privata e professionale, per essere finito in questa inchiesta con la conseguente enorme esposizione mediatica?

«Ancora oggi continuo a chiedermi come sia possibile che nel 2006 su L’Espresso siano finiti i numeri di telefono di mio suocero e di mia moglie. Senza tener conto di come questa vicenda mi abbia toccato da un punto di vista morale, ledendo la mia immagine. Ancora oggi, vivendo in una piccola città, le persone mi rivolgono battute chiedendomi quale telefono mi abbia regalato Moggi. A nessuno degli arbitri coinvolti una sentenza di assoluzione o un qualsiasi risarcimento potrà restituire quanto ci è stato tolto. Io sono un consulente finanziario, lavoro con banche che mi hanno chiaramente detto che alla prima sentenza di colpevolezza avrebbero immediatamente interrotto ogni rapporto con me. In qualche caso contratti già pronti non sono arrivati alla stipula perché qualcuno riteneva sconveniente concludere degli accordi con il sottoscritto. Questo chi glielo spiega a chi ha indagato, magari con leggerezza?».

Torniamo alla sua esperienza di arbitro di quegli anni. C’era da parte vostra la percezione che un errore “pro Juve” e “contro la Juve” potessero avere un peso differente quando Moggi era direttore generale?

«Io sono arrivato alla CAN quando la remunerazione riconosciuta agli arbitri diventava molto interessante (ogni gara di Serie A valeva 5.000 €, ndr). Guadagnare certe cifre per divertirsi non dispiaceva a nessuno. Sapevamo che commettere un qualsiasi errore in una partita importante, magari decisiva per lo scudetto, avrebbe avuto un enorme risalto nell’opinione pubblica. Ascoltando le intercettazioni l’impressione è che tanti dirigenti sportivi millantassero credito rispetto agli errori dei fischietti che, ci posso mettere la mano sul fuoco, non erano mai volontari. L’obiettivo di ogni arbitro era quello di non rischiare di finire sui giornali, l’unico modo per farlo era quello di non commettere errori. Valeva per tutte le squadre, sia che si sbagliasse a favore della Juventus sia contro si rischiava alla stessa identica maniera di finire travolti dalle polemiche e di essere sospesi per molte gare. Gli interessi in gioco erano molti e spesso in contrasto tra loro. Ricordo cosa successe a Bertini dopo uno Juventus–Milan 0-0. Aveva arbitrato bene, anche le tv nei commenti a caldo ne parlavano bene. Il giorno dopo su un giornale, di cui preferisco non fare il nome, sembrava si fosse giocata tutta un’altra partita con l’arbitro messo sul banco degli imputati».

C’è un’altra intercettazione “sfuggita” ai Carabinieri che ti riguarda. Bergamo parla al telefono con il Presidente Moratti prima di una gara di Coppa Italia fra Inter e Bologna (3-1 per i nerazzurri il risultato finale) e lo invita ad andarti a trovare prima della partita. Era la prassi?

«Ricordo bene quella gara, il Bologna schierava i primavera e l’Inter altrettanto. Una partita tranquillissima. Non ci fu alcun problema neanche negli spogliatoi, era assolutamente normale. Io avevo rapporti ottimi con i dirigenti sportivi, ho visto tutti i presidenti delle squadre che arbitravo quando giocavo in casa loro e non solo. Vivevo con lo spogliatoio aperto e venivano tutti a salutarmi».

Quindi non era solo il “capobanda” Moggi a frequentare gli spogliatoi degli arbitri…

«Assolutamente, era normalissimo, venivano tutti, sono venuti sempre. D’altra parte sarebbe anche paradossale se qualcuno venisse in uno spogliatoio a dirti “Oggi fammi vincere”. Oppure no?».


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