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Dic
08

Ma chi erano i Volsci?

 

Ma chi erano i Volsci?

Dario Pietrafesa esperto del settore ci espone

Articolo a cura di Simona Aiuti

Posando lo sguardo su molti dei paesi che compongono la nostra provincia, direi soprattutto ammirando alcuni panorami che hanno un sapore antico e carico di storia, non è difficile lasciar volare la fantasia cercando d’immaginare com’erano questi luoghi mille anni fa….duemila….e poi chiudendo gli occhi scivolando ancora più indietro, cercare di figurarsi nella mente la vita dei nostri progenitori, pensare a com’erano i loro villaggi o a come si svolgeva il lavoro nella vita quotidiana!

Tutto ciò è lontanissimo nel tempo, ma è dentro di noi, in un angolo del nostro DNA, fa parte del nostro passato e se oggi siamo “una civiltà progredita e moderna” che guarda al futuro, lo dobbiamo ai passi compiuti da quegli uomini e da quelle donne in un tempo lontanissimo, che in qualche modo ci appartiene.

Dunque, è giusto tentare di conoscere le vestigia della nostra gente, per capire meglio da dove veniamo e quale percorso è stato compiuto fino ai nostri giorni, tramandando questo patrimonio di conoscenza ai più giovani, affinché possano essere consapevoli delle “loro” origini.

Ricostruire quel lontano passato è tuttavia un lavoro tanto difficile quanto delicato, che richiede da parte dei ricercatori ed in particolar modo dagli archeologi, dedizione, spirito d’abnegazione e anche una buona dose di cocciutaggine, per cercare di collegare ogni più piccolo dettaglio e indizio custodito e poi restituito dal territorio, creando con pazienza un mosaico che lentamente consenta di comporre, e leggere infine le risposte che si stanno cercando da tanto tempo.

Qualche tempo fa, presso la biblioteca N. Turriziani di Frosinone, durante una conferenza, sono state illustrate dal direttore del museo archeologico di Frosinone Dario Pietrafesa, alcune nuove importanti scoperte riguardo ai Volsci, che allargano la conoscenza di questo popolo, di cui fino a non molto tempo fa si sapeva ben poco e finalmente è stata fatta un po’ di luce su alcune zone d’ombra che c’erano nel nostro passato.

Dei Volsci come popolazione centro italica, fino a poco tempo fa sapevamo che l’unico sito esistente era Satricum, dove sono state trovate le poche iscrizioni esistenti. Oggi invece siamo in grado di confrontare gli oggetti rinvenuti nella nostra zona con quelli della località sopra citata e sorprendentemente li troviamo identici, ovvero nati da un’origine cultuale comune.

In passato le convinzioni e le congetture degli storici sul popolo Volsco non avevano un riscontro scientifico vero e proprio, mentre oggi possiamo dire che l’etnia in questione è giunta in questa zona per immigrazione nel V sec a. C., periodo in cui ci fu uno scontro violento con i Romani.

Sappiamo anche che i Volsci controllavano il territorio grazie ad insediamenti d’altura, infatti, uno degli studi più recenti ha cercato di dimostrare che da ogni sito se ne vedevano almeno altri due, elemento piuttosto interessante che incuriosisce gli studiosi.

Il sito archeologico degli scavi effettuati in zona “grattacielo”, al centro della città di Frosinone, nei pressi di un distributore di benzina, fa pensare un po’ ad una “porta del tempo” aperta nel posto più insolito che si possa immaginare, eppure sono state trovate ben quarantanove tombe, anche se le difficoltà non sono mancate!

Con un po’ di fantasia non è difficile cancellare ogni traccia “di cemento moderno”, per ritrovarsi in mezzo alla vegetazione incontaminata ed in riva al fiume che è là a due passi!

Nel sito di De Matthaeis sono stati trovati limo e ghiaia fluviali depositati in un’area certamente soggetta ad esondazioni. Intorno alle tombe a volte c’era un recinto di pietre, mentre in una tomba è stata trovata solo una lancia, che da sola basta ad identificare un guerriero. In un’altra tomba, la numero sei, è stato trovato una specie di cucchiaio concavo che si chiama “strigile”, il cui uso era legato all’attività sportiva. Si tratta di un oggetto che era in qualche modo simbolo di potere, serviva ad asportare gli unguenti dopo l’attività agonistica e fungeva un po’ da peeling!

Credo sia piuttosto interessante lasciare un po’ di spazio alla “medicina archeologica” se mi è concessa l’espressione, ovvero agli scienziati che fungono un po’ da detective, poiché le moderne tecnologie a disposizione degli studiosi, consentono di analizzare lo stato dei resti umani rinvenuti nelle tombe, per capire che tipo di vita conducevano quelle persone e di quali eventuali malattie soffrivano le comunità che vivevano in questa zona in un tempo così remoto.

In una di queste tombe sono stati rinvenuti i resti di un soggetto di circa quattordici anni, di cui non è stato possibile definire l’età, tuttavia è stato accertato che aveva delle degenerazioni ossee, erosione dei muscoli, alterazione e iper flessione delle ginocchia dovute ad un’intesa attività fisica, quindi si deduce che quasi sicuramente lavorava ad una delle tre fornaci rinvenute in zona.

Un altro individuo tra i tredici e i quindici anni d’età, aveva le stesse caratteristiche e probabilmente conduceva la medesima vita, mentre in un’altra tomba è stato trovato un uomo di circa venticinque anni con schiacciamento delle ginocchia, che doveva quindi alzare quotidianamente dei grandi pesi, altro un metro e sessantacinque circa, non poco per l’epoca. Sul cranio dell’uomo sono state trovate tracce d’anemia, conseguente d’una malattia infettiva o per carenza di ferro, quindi mangiava poca carne.

Un altro uomo dell’età di circa diciassette o diciannove anni presenta ernie da stress, mentre una donna tra i trenta e i quarant’anni piuttosto alta, probabilmente filava viste le deformazioni ossee e presenta anche tracce d’infezioni non bene identificate.

Dunque, queste persone si nutrivano piuttosto male e conducevano una vita dura, difficilissima, direi al limite della sopravvivenza!

Le fornaci sopra citate di cui una molto ben conservata, costituivano quindi il lavoro di molti uomini e attorno a quest’attività ruotava la vita di buona parte della piccola comunità.

Altre tombe molto interessanti sono state rinvenute in zona “Fontanelle”, sito ricco di reperti come vasi e scodelle risalenti allo stesso periodo, databile intorno al V secolo a.C., argomento di cui ci siamo occupati in modo approfondito  nel luglio scorso. Purtroppo non è stato possibile scavare per tutta l’area del luogo, per via del limite invalicabile costituito dalle fondamenta dei palazzi.

Forse più avanti sarà possibile anche mettere in relazione il sito di Fontanelle, la necropoli di De Matthaeis e l’importante sito dell’Interporto di Frosinone, quindi c’è molto materiale su cui lavorare.

Fino ad oggi le ricerche e gli scavi hanno dato frutti importanti, ma è necessario andare avanti e cercare di togliere il velo che cela ancora alcune importanti pagine della nostra identità storica.

Lo scempio che in passato è stato fatto del nostro patrimonio archeologico per via dell’incuria, dell’avidità e della leggerezza con cui molti hanno agito, ricoprendo di cemento ville romane, tagliuzzando quadri del cinquecento o sventrando tombe per vendere all’estero qualche ceramica, sono azioni che fanno tremare i polsi e gridare vendetta.

Oggi siamo tutti un po’ più consapevoli d’essere stati derubati e non possiamo non renderci conto che abbiamo bisogno di sapere chi siamo e da dove veniamo per guardare avanti. Chi amministra la “cosa pubblica” ha il dovere morale di difendere, custodire e tramandare il nostro patrimonio archeologico, perchè si tratta di un valore incalcolabile, di rilevanza e interesse mondiale. Ciò non basta, poiché anche l’uomo della strada deve vigilare e segnalare eventuali abusi.

Il restauro di tutti i reperti rinvenuti nella nostra provincia, è senz’altro un altro passo importante per restituire in qualche modo alla comunità un pezzo della storia della nostra terra, tuttavia questa è solo una parte del lavoro da fare, poiché è necessario mettere in atto una collaborazione di forze che devono convergere per un unico fine.

E’ importante ampliare il nostro museo archeologico che dovrà accogliere i reperti restaurati nel migliore dei modi, quindi crescere nella consapevolezza di ciò che siamo.

Vorrei ricordare ciò che disse Gethe, ovvero che se si vuole conoscere l’arte bisogna andare in Italia che è il paese dell’arte!


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